Domenica 9 ottobre sarà il 47° del Vajont e difficilmente troveremo giornale che lo ricordi ai suoi lettori.
E a che titolo poi? Non è un anniversario tondo e le commemorazioni programmate in loco sono nella routine. Per le regole dell'informazione «non c'è notizia». E pazienza se si tratta, secondo l'Onu, di «uno dei quattro più gravi disastri evitabili della storia».

Per il gruppo di Paciclica invece la data è diventata ormai imperdibile. Non quella ufficiale ma una settimana prima, quando hanno luogo le iniziative dal basso, le più sentite dal Comitato dei cittadini per la Memoria del Vajont. E che si svolgono non a Longarone, paese martire che ospita le cerimonie di rito, ma su a Erto proprio sopra la diga.  Così anche quest'anno, sabato

 

scorso, Erto è stata la meta del nostro viaggio al Vajont. Eravamo in 12 bici con le borse gonfie ai lati e quando nella luce del tramonto al termine di una lunga ascesa abbiamo attraversato spossati il paese antico, abbandonato e avvolto nel silenzio, oltre ai nostri sentimenti, anche l'apparenza era certamente più di pellegrini che di semplici visitatori. Più di portatori di amicizia che di turisti curiosi. Poco dopo nella Erto nuova, l'abbraccio degli amici del Comitato ce lo confermava.

 Con la squisita ospitalità riservataci (certamente non dovuta) hanno voluto dirci la gratitudine per il nostro atto di presenza. Facendoci capire quanto le vittime di una tragedia collettiva, invariabilmente umiliate poi dall'ingiustizia e dall'oblio come è nel caso del Vajont, abbiano bisogno di vicinanza e di verità.
Se la nostra
Pedalata d'impegno civile è riuscita a dare un contributo in questo senso, lo ha fatto restituendo a noi generosamente in fatto di conoscenza e di consapevolezza.
Abbiamo potuto fare l'esperienza diretta, personale di quel luogo-simbolo di tutti i disastri, così imponente ma anche così facile da capire, con tutti suoi elementi «parlanti» ancora lì perché nessuno può rimuoverli, semplicemente sono ambiente: la diga, la montagna scivolata dentro il bacino e la corrispondente enorme ferita  bianca sul versante amputato. Senza contare i paesi spopolati intorno. Questo per la cognizione fisica del Vajont.
Per quella umana e sociale e che riguarda il dopo di traversie e crudeltà inflitte dai poteri costituiti ai superstiti, ognuno di noi ha potuto sentire da testimoni diretti. Valgano per tutti i racconti che ci ha regalato a viva voce Mario Pozzobon, pilastro della memoria e infaticabile comunicatore, sulla sua sorte di unico sopravvissuto della sua famiglia (quando aveva poco più di vent’anni). Un distillato di sapienza storica dal particolare al generale che è una lezione di vita.

La Pedalata d’impegno civile è diventata così anche Pedalata di coscienza civile, con ampio beneficio dei pedalatori. La formula è ormai collaudata. Prima di tutto una buona causa cui aderire, un discreto gruppo di partecipanti, motivazione più importante della forma fisica, e infine la bici, senza la quale finirebbe ogni discorso.

Gino Ferri, redazione di paciclica.it

in foto i palloncini in memoria dei bambini vittime del Vajont e di Beslan: visti da Lidia Mingotti





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