tinamerlinFra una settimana quando sarà il 49° del Vajont Paciclica tornerà all'appuntamento con gli amici di Erto, custodi della memoria su quella immensa tragedia.
L'anno scorso la nostra pedalata d'impegno civile saltò a causa del calendario: la Marcia della Pace - irrinunciabile avendo cadenza biennale ed essendo un po' la nostra "ragione sociale" - veniva troppo a ridosso della data del Vajont, che dovemmo quindi sacrificare. E non certo a cuor leggero, perché Perugia ed Erto sono ormai per noi due destinazioni tanto diverse quanto complementari, dissimili per significato e impegno ma di pari importanza.
La prima è il piacere di immergerci nel grande fiume festoso del popolo pacifista portandovi con le nostre bici un piccolo appello alla sostenibilità ambientale. La seconda è il piacere dell'abbraccio con i rappresentanti di una comunità offesa che apprezza il nostro modo di andare a manifestargli amicizia.
Il Vajont è però anche il luogo dove è accaduto qualcosa di unico nella storia del rapporto uomo-ambiente. Qualcosa che andandoci con un minimo di cognizione già acquisita dei fatti,del prima (quando le autorità non vollero evitare la catastrofe) e del dopo (quando i sopravvissuti furono privati di giustizia e lasciati alla mercè di profittatori di ogni risma) può regalare forti e sane emozioni e magari un supplemento di consapevolezza del mondo in cui viviamo.
Salendo in bici da Longarone verso Erto si ha tutto il tempo e la visuale per osservare la diga, la sua imponenza minacciosa a misura che ci si avvicina. Il percorso è quello che fece l'onda che la scavalcò per scendere a valle cancellando uomini e cose. Già l'Onda: un'idea delle sue dimensioni si ha quando si oltrepassa la diga: sono l'equivalente di tutta la montagna che vediamo riempire il bacino allora pieno d'acqua, la stessa che si staccò dal monte sull'altro versante, il monte Toc, che ancora porta evidente il segno del distacco.
La strada che costeggia portando a Erto è un impressionante museo a cielo aperto e a grandezza naturale di quella che è stata definita la madre di tutte le catastrofi industriali provocate dall'uomo. Oltretutto fra le più "annunciate", prevedibili, quindi evitabili, cosa che rende il museo anche "scena del delitto", dove l'arma è la diga e il movente è il profitto perseguito a tutti i costi.
Erto è il paese che con gli occhi sapienti dei suoi pochi abitanti (erano 800 circa, sono morti quasi in 200 per l’onda, pur stando molto più su del livello diga) ha visto e previsto tutto. Ha visto anni prima, durante le prime prove di riempimento del bacino, gli smottamenti della montagna, ha osservato altri segnali e avvisaglie della catastrofe, ma i suoi allarmi sono rimasti inascoltati da tutti coloro che potevano intervenire.
Solo una giovane cronista di Belluno, Tina Merlin, diede ascolto agli abitanti di Erto e ne riferì sul suo giornale l'Unità (sfidando le minacce e persino un processo) con decine di corrispondenze. Tutto inutile, anche se è solo grazie ad esse che oggi sul Vajont non ci può essere la solita opinione del negazionismo delle responsabilità, del "non si poteva sapere". A Erto durante la sera di veglia sulla diga, la lezione civile lasciata dalla Merlin è sempre evocata.
E anche noi, in suo ricordo, questa volta faremo una piccola deviazione sul nostro percorso per passare da Trichiana suo paese natale.
 
Gino Ferri, per la redazione di paciclica.it




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