| [red] Un ciclista vittima della strada e il senso di Paciclica |
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| di Gino Ferri |
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La vittima è un luminare di ginecologia in uno dei maggiori ospedali cittadini, una vita passata ad aiutare la vita a venire alla luce, innovatore in metodologie di parto meno traumatiche. Amante della bici, quella mattina per andare a un pranzo con amici e familiari a una sessantina di km ha voluto farlo da solo sul suo mezzo preferito. Era anche la Giornata nazionale della bicicletta. A metà percorso è falciato da un auto che lo fa volare con la bici nel fossato e si dilegua col parabrezza sfondato. Il conducente, rintracciato l'indomani, un trentenne della zona, non uno straniero, ripete la spiegazione fotocopia per questi casi: che non ha visto, non ricorda nessun ciclista. E forse sarà creduto dato che a sentire il sindaco del paese appartiene a una «famiglia di ottimi principi», era solo assonnato: fino all'alba era stato all'adunata nazionale degli alpini a Bergamo. Ecco riunite in questo singolo episodio due vite, due concezioni del vivere rese conflittuali più che dalla contrapposizione auto-bici, da ragioni soprattutto sociali e culturali. Ed ecco perchè questa particolare «fatalità della strada» ci tocca, non solo umanamente e non solo perchè noi stessi ci apprestiamo ad affrontare 500 km di strade per gran parte a «viabilità ordinaria» dunque con tutte le insidie potenziali del caso (come gruppo potremo essere facilmente «visti», ma anche visti-come-intralcio da qualche guidatore impaziente). Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , redazione di paciclica.it |



Nella lettera di saluto ai Paciclici prima della partenza per Perugia, è quasi doveroso fermarsi col pensiero sull'ultimo caso di «ciclista travolto da un'auto», quello avvenuto con esito tragico domenica mattina sulla strada provinciale tra Ghedi e Isorella. Un fatto che per la qualità sociale della vittima e le circostanze ha colpito l'intera comunità ma in particolare il popolo dei ciclisti.





